lunedì 16 novembre 2015

Satana al Bataclan. Ragioni preternaturali di un'orribile strage

Uno degli aspetti meno indagati dagli organi di informazione in questi giorni è la natura del gruppo Eagles of Death Metal e delle canzoni che risuonavano nel teatro Bataclan nel momento in cui gli assassini hanno iniziato la mattanza del pubblico.
Lasciamo qui agli esperti ogni precisazione sulla storia della band californiana e sul genere musicale heavy metal, pur ritenendo cosa certa che le forme musicali e i contenuti di questo tipo di intrattenimento sono lontani da ogni ordine armonioso e da ogni autentica estetica cristiana.
Ciò che qui maggiormente interessa è richiamare l’attenzione su una causalità che, al di là delle possibili ricostruzioni ufficiali o complottistiche, si avvinghia misteriosamente ad altre causalità ben più evidenti ma forse non più importanti.
Nel suo comunicato l’Isis motiva l’incursione nel Bataclan affermando che vi “erano riuniti centinaia di infedeli, durante una festa di perversione” (vedi qui). Questa indicazione non diminuisce certamente la gravità del giudizio che riguarda gli assassini del 13 novembre, la loro turpe eresia antitrinitaria e i loro vili mandanti, ma rivela appunto, se contemplata nel contesto su cui ci vogliamo soffermare per un momento, una causalità impressionante che si è fatta strada e che uno sguardo sovrannaturale sulle cose e sugli eventi può cogliere. Chi conosce le pagine della Vita di Sant’Antonio Abate di Sant’Atanasio o semplicemente ha potuto consultare un trattato di demonologia, potrà meglio valutare l’ipotesi che qui si espone.
Al comunicato dell’Isis fa pendant la dichiarazione, riportata dal quotidiano inglese The Guardian (vedi qui), di un giovane che assisteva al concerto degli Eagles of Death Metal:

Several people were sitting on the first-floor balcony. It was quite a fun rock group and the audience was aged between 20 and 50. Some parents were with their teenagers. The ambiance was very jovial. The group had been on about an hour and they’d just said “We love you Paris” and started singing a song, Kiss the Devil, with the words ‘I met the Devil and this is his song’ when we heard very clearly some explosions.

[Molte persone sedevano nella galleria del primo piano. Era un gruppo rock abbastanza divertente e l’età del pubblico andava tra i venti e i cinquant’anni. Alcuni genitori accompagnavano i figli adolescenti. Il clima era molto gioviale. Il gruppo suonava da ormai un’ora. Avevano appena gridato: “Ti amiamo, Parigi” e iniziato a cantare una canzone, “Kiss the Devil”, pronunciando le parole: “Ho incontrato il Diavolo e questa è la sua canzone”, quando abbiamo udito alcune esplosioni.]

Riportiamo qui di seguito il testo di Kiss the Devil (Bacia il Diavolo) che nella sua inquietante semplicità non abbisogna di una traduzione:

Who'll love the devil?...
Who'll song his song?...
Who will love the devil and his song?...
I'll love the devil!...
I'll sing his song!...
I will love the devil and his song!...
Who'll love the devil?...
Who'll kiss his tongue?...
Who will kiss the devil on his tongue?...
I'll love the devil!...
I'll kiss his tongue!...
I will kiss the devil on his tongue!...
Who'll love the devil?...
Who'll sing his song?...
I will love the devil and his song!... Who'll love the devil?...
Who'll kiss his tongue?...
I will kiss the devil on his tongue!...
Who'll love the devil?...
Who'll sing his song?...
I WILL LOVE THE DEVIL AND SING HIS SONG!...

Giornali e televisioni, generalmente soliti a indagare con puntigliosa morbosità gli aspetti sulfurei della cronaca nera, hanno stranamente trascurato questo particolare agghiacciante, non hanno detto o scritto che mentre i carnefici hanno iniziato a sparare, gli altri stavano invocando satana. Al contrario hanno spiegato più volte che il genio criminale ha colpito la normalità, la movida, il semplice divertimento di un venerdì sera parigino. Il che è vero per lo stadio, i bistrot, il ristorante Casa nostra o il Petit Cambodge, ma non per il Bataclan.
Lo sguardo sovrannaturale, invece, si rattrista profondamente perché vede, assiste allo spettacolo terribile di decine di persone che muoiono colpite con satanica spietatezza in una sala in cui il diavolo era stato invocato e in cui, secondo l’esperienza di Sant’Antonio, dovevano essere confluite molte schiere di angeli caduti.
Qui si coglie anche la causalità alla quale si è appena accennato. La tentazione infatti ha una logica particolare che spesso opera più per azioni concomitanti, astutamente ispirate, che secondo una mera causalità materiale. Il demonio che poté insinuare lo scandalo e la falsa vendetta nelle anime offuscate da una antica eresia, seppe contemporaneamente convincere altre anime del fatto che invocarlo in un teatro potesse essere un divertimento come un altro.
Tutto il resto, quel che verrà - la guerra, i bombardamenti, le bombe, le rappresaglie, gli arresti, le esecuzioni, gli attentati, il tramonto di una civiltà –, è, in fondo, soltanto storia.

sabato 14 novembre 2015

Ordo Orbis. Un saggio di Álvaro d'Ors per la tragica ora presente dell'Europa

Attraverso una serrata analisi che risale alle variazioni del religioso e del politico nei primordi dell'Epoca moderna Alvaro d'Ors, forse il più grande giurista cattolico del XX secolo, in un saggio pubblicato con il titolo Ordo orbis nella Revista de Estudios Politicos (1947, nr. 35, qui l'originale spagnolo), ravvisa il vero momento di crisi mondiale perdurante nella mancanza di un'istanza capace di pronunciare efficacemente il diritto per tutti i corpi politici e le nazioni. I tentativi dell'umanità, o di parti di essa che di volta in volta si proclamano "umanità", di assumere la funzione di questa giurisdizione sono finora falliti causando disordine ancora maggiore. La soluzione esposta da d'Ors, a ridosso della pubblicazione dell'enciclica di Pio XII Mystici Corporis (1943) (quie a essa ispirata, può forse ai più apparire del tutto inattuale in un periodo di secolarizzazione avanzata, ma, in questo preciso momento di tragico trionfo dell'anomia anticristica e dell'errore (vedi l'opportunissimo articolo di Chiesa e postconcilio qui), ha certamente il raro pregio di dimostrare ciò che manca da troppo tempo: l'esercizio dell'autorità cattolica e della sua forza frenante di fronte a tutti gli uomini e a ogni nazione. 
Proponiamo qui di seguito alla riflessione di ciascuno la nostra traduzione del saggio di Àlvaro d'Ors:

L’Europa perse la sua egemonia mondiale durante la guerra europea e il suo pensiero fu sottomesso al gioco di due forze esotiche le quali, nonostante il loro carattere generale, procedevano dall’impulso di due prepotenti imperialismi che tentavano di soppiantare il Vecchio Continente nella sua posizione egemonica. Da una parte, l’internazionalismo comunista che procedeva da ciò che più tardi si rivelò essere l’imperialismo slavo; dall’altra, il pacifismo sanzionista che, seppur in maniera meno esplicita, era una copia dell’atteggiamento imperialista americano. E, come la prima forza operava favorendo la dissoluzione, anche se aspirando a un’ulteriore costruzione globale, la seconda pretendeva d’instaurare immediatamente un ordine stabile. Entrambe tuttavia convergevano in un punto essenziale: nell’eliminazione del vecchio diritto di guerra, il tradizionale ius belli europeo, attraverso la condanna totale e assoluta della guerra tra Stati, della guerra considerata come duello tra parti eguali, in virtù del quale un conflitto di interessi irrisolvibile per transazione assumeva il carattere dell’offesa e si concludeva fattualmente attraverso la vittoria militare di uno dei due eserciti. Rispetto a questo concetto di guerra limitata, di guerra duello, la nuova dottrina venuta dall’Oriente afferma che non v’è guerra lecita all’infuori della lotta civile, della lotta di tutto il proletariato per la propria liberazione; la dottrina americana, a sua volta, sostiene che non v’è guerra lecita se non quella che si esegue nella forma delle sanzioni inflitte all’aggressore e in nome di una presunta delega universale di tutte le nazioni. Diciamo che quest’ultima dottrina è la fedele trasposizione della mentalità americana, giacché furono gli Stati Uniti a coniugare nel modo più naturale dichiarazioni di asettico pacifismo (attraverso la demarcazione di linee che servivano a isolare, come cordoni sanitari, i loro virtuosi e pacifici abitanti da ogni contaminazione proveniente dalla vecchia Europa bellicista e decadente) con interventi sanzionatorii di portata generale e in contraddizione con ogni pretesa neutralità. Se l’aspetto pacifista, di cui abbiamo detto, si manifesta nella dottrina Monroe, nella prospettiva americana, e nel patto Kellog come momento di instaurazione generale, l’altro aspetto, quello interventista, coniugato con estrema naturalezza con il pacifismo, trova espressione nella tramontata organizzazione della Società delle Nazioni e nella, non molto più efficace, attuale Organizzazione delle Nazioni Unite; ancor più concretamente, in quanto atto propriamente americano, nell’intervento degli eserciti transatlantici nelle questioni del nostro emisfero[1].
Entrambe le concezioni, la russa e la yankee, eliminano in tal maniera la guerra antica per introdurre un nuovo tipo di guerra che è piuttosto una guerra civile ossia una guerra tra forze teoricamente diseguali, ma una guerra civile di proporzioni totali e universali. Entrambe le tendenze, fomentando il concetto secondo cui la guerra tra Stati costituirebbe un’inammissibile interruzione della legalità, finirono per sottrarla a ogni normatività con il risultato di incrementare considerevolmente la crudeltà di tale guerra e la sua carenza di forme; e tuttavia, con l’imporre il nuovo stile della guerra totale, giunsero a riconoscere implicitamente che la guerra è un processo normale dello stesso ordine universale e obbligarono così a meditare sulla necessità di un rinnovamento dei concetti fondamentali sui quali deve basarsi quell’ordine. 

giovedì 12 novembre 2015

La persuasione dopo la rettorica. Un sacerdote testimone delle grazie del Summorum Pontificum di Benedetto XVI

Quasi come conferma di quanto recentemente annotato nella chiosa alla Lettera ai conservatori perplessi di Radio Spada (quiriprendiamo da Chiesa e postconcilio (qui) la preziosa testimonianza di un sacerdote cattolico, uno tra i molti in tutto il mondo, giunto al vetus Ordo grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Di fronte a queste parole viene da ripetere con Sant'Agostino di Ippona: "Securus judicat orbis terrarum".

Alla Pontificia Università Gregoriana il prof di liturgia ha sempre insegnato che il "prima della chiesa era qualcosa di incomprensibile e inutile. Qualcosa da cambiare". Tutto questo sdegno mi ha spinto a cercare cosa c'era... Tante cose è stato un bene lasciarle, altre un grosso male. Oggi ricorre il mio primo anniversario che, seguendo le indicazioni del Sommo Pontefice Benedetto XVI nel Summorum Pontificum, mi sono accostato all'altare del Dio della mia giovinezza.
Ho trovato una ricchezza incommensurabile nel Rito Romano ante riforma; ho letto e scoperto il vero senso del sacerdozio che, come insegna il Concilio Vaticano II, è differente dal sacerdozio battesimale per gradi ed essenza (LG 10), e si pone come un ponte che dona agli uomini la grazia di Dio e a Dio porta le preghiere del popolo. Ho scoperto il senso del sacro e la potenza della Messa come ripresentazione viva ed efficace della Croce di Cristo Signore. Che meraviglia e che gran dono!
Non ho trovato ostacoli tra la gente comune, quelli che a Messa vanno per fede, ma tra i sacerdoti, che mi hanno visto come uno da eliminare, come uno che "gioca alla messa". Ebbene, riprendendo la sapienza degli Atti degli Apostoli, chiedo: se questo rito è considerato come vecchio e noioso, incomprensibile... Perché lo temete? Perché odiate chi lo celebra? Perché gli spezzate le gambe in segreto? Se è volontà di Dio che questo venga celebrato, lasciate fare... Se è volontà umana, prima o poi passerà come tutti i capricci umani. Non fate che vi troviate a combattere contro Dio!

Terra, pontus, astra, mundus quo lavantur flumine! Il rapporto dell’uomo con il creato nella prospettiva cattolica.

Da diverso tempo ormai nel mondo cattolico “aggiornato” si sente parlare di creato e di sua tutela. In questo stesso mondo, pare che con il passare degli anni, da una prospettiva inizialmente antropocentrica che vede il creato al servizio dell’uomo, si stia progressivamente passando ad una prospettiva ecocentrica, in cui il creato assurge alla dignità di fine. Ne è riprova anche il fiorire di feste e ricorrenze in cui fanno il loro debutto cattolico categorie ambientalistiche, estranee tanto a Dio quanto all’uomo, dettate dal pensiero tecno-scientifico (e la mente non può correre anche all’enciclica Laudato sii …). Capita ad esempio di leggere cose del genere: «Al termine dell’Angelus, Francesco ricorda sia il Convegno nazionale della Chiesa italiana, al quale prenderà parte martedì prossimo recandosi a Firenze, sia la “Giornata del Ringraziamento”, che quest’anno ha per tema “Il suolo, bene comune”, che a Roma si svolge in concomitanza con la “Giornata diocesana per la custodia del creato”, arricchita quest’anno dalla “Marcia per la terra”» (vedi qui). Ringraziamento, Suolo, Custodia del creato, Marcia per la terra: ci sono già gli elementi per un nuovo calendario liturgico!
Nell’attesa dell’istituzione della festa cattolica di Gaia, proponiamo ai nostri lettori una pagina de La santa liturgia di Dom Gérard Calvet, sperando che possa scaldare un po’ i cuori di tutti. Non antropocentrismo né ecocentrismo, ma splendido e poetico cristocentrismo, culminante nella redenzione per opera del preziosissimo Sangue. Perché la figura di questo caduco mondo passa, e l’unica ricchezza che possediamo è la realtà in trasparenza dell’altro. Sancte Francisce ora pro nobis!

Il regno animale e vegetale, l’abbondanza delle sue forme, l’alternanza delle stagioni, il ritmo delle ore segnate dal sole, l’esatta rivoluzione degli astri, tutto compone una liturgia silenziosa in stato di attesa, un’immagine nella quale Dio si compiace perché vi è impresso il suo segno che è la luce del Verbo. Il mondo è riempito di vestigia e di similitudini di Dio; la creazione è un’immagine del creatore, immagine innocente, non offuscata, ma ancora integra nel suo stato di gloria. Come non vedervi che la luce del sole è anche ora nuova, oggi, come quando il mattino della creazione i suoi primi raggi illuminavano la superficie del globo, e l’atmosfera che respiriamo come il sorso d’aria pura ancora vergine inspirato dal primo uomo al suo primo risveglio.
Questa novità delle creature viste nella loro purezza originale è il grande miracolo dell’esistenza; pochi esseri umani sono sensibili a essa, e pertanto, dopo l’elevazione all’ordine soprannaturale, è la più alta espressione del divino nell’ordine del creato. Essa permette di considerare seriamente l’idea agostiniana del mondo come poema di Dio.
Nel prologo di san Giovanni abbiamo una frase che esprime molto bene il mistero di questa comunicazione di luce che Dio trasmette alla sua creatura, significato sottolineato anche dalla punteggiatura che sant’Agostino dà alla frase. Ecco il testo sacro come lo si trova sui messali: «Omnia per ipsum facta sunt: et sine ipso factum est nihil quod factum est: in ipso vita erat, et vita erat lux hominum» [«Tutto è stato fatto da Lui, e senza di Lui niente è stato fatto di quello che è fatto. In Lui era vita e la vita era la luce degli uomini»]. E ora la punteggiatura scelta dal vescovo d’Ippona (sappiamo che nel testo originale non ne era indicata alcuna): «Omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil» (Punto). Poi inizia un’altra frase: : «Quod factum est in ipso vita erat!» : . Traduciamo: : «Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui niente non è stato fatto: (Punto). : Quello che è stato fatto in Lui era vita».
Nel commento di sant’Agostino a questo testo si trova un’idea davvero bella e nobile: ogni cosa è viva perché abita eternamente nel pensiero di Dio, indipendentemente dal suo abito terreno più o meno misero: «Per quanto posso, ecco come ve lo spiegherò. Un artigiano fabbrica un armadio (faber facit arcam). Inizia concependo l’idea di armadio (in arte). Solo che l’armadio non si trova, in quanto idea, nella stessa condizione nella quale appare allo sguardo. Come idea esiste invisibile; una volta realizzata, esisterà nel visibile. Ecco ora che l’armadio è stato eseguito: ha smesso pertanto di esistere come idea?... Dunque bisogna distinguere: l’armadio senza la realtà non è vita, ma come idea è vita, dato che l’anima dell’operaio è viva, la quale racchiude tutto questo nella sua idea prima di produrla al di fuori. Allo stesso modo, cari fratelli, la Sapienza di Dio, attraverso la quale tutto è stato fatto, contiene in sé l’idea di tutti gli esseri prima di crearli. Guarda la terra, c’è anche un’idea di terra; osserva il cielo, c’è anche un’idea di cielo; sole e luna, esistono anche come idea; se nella loro realtà esterna sono dei corpi, nel pensiero divino invece sono vita (in arte vita sunt) » (Commento al Vangelo di Giovanni 1,17).
Ricordiamo questa espressione: in arte. L’ars è il piano dell’esecuzione, l’idea ispiratrice. San Bonaventura è vicino al pensiero di sant’Agostino quando afferma che il Verbo è l’arte del Padre. Questo comporta che l’universo creato è pensiero in atto, firma, immagine concreta emanata dal Pensiero divino. È per questo che san Giovanni aggiunge nel suo prologo: «et vita erat lux hominum»; il legame scaturisce da Lui stesso che unisce vita e luce. Tutto ciò che è stato fatto in Lui era vita, e la vita era la luce degli uomini.
È come dire che noi siamo illuminati dalla stessa luce divina che proietta al di fuori il magnum carmen, «il poema della creazione, opera di un artista ineffabile». Questa luce ci parla di Dio: «In lumine tuo videbimus lumen». È in questa tua luce che vedremo la luce, canta il Salmo 35. «Alla tua Luce», cioè nella luce creatrice che Dionigi chiama Autokallopoios — produttrice essa stessa di ogni bellezza — e che sant’Agostino denomina Saggezza o Arte; nella Luce divina, e solo in essa, possiamo percepire la verità delle creature, il loro carattere sacro e che incanta, il mistero della loro vocazione!
Come non vedere in questa grande opera della creazione così nuova e armoniosa, una lode naturale, un canto, un’ovazione, per non dire un’immensa liturgia cosmica? Questa interpretazione, che si diffonderà più tardi grazie alla fortuna che ebbe la teologia francescana, sembra accordarsi a ciò che c’è di più essenziale nel cattolicesimo; trova il suo fondamento dottrinale nei Padri greci secondo i quali non c’è valore creato, anche naturale, che non debba essere concepito come rassomiglianza e partecipazione alla luce del Verbo. Mimesis et metexis sono i termini che ritornano spesso nei loro scritti.
È in questo spirito che bisogna leggere la mirabile Gerarchia celeste di Dionigi l’Areopagita, la cui dottrina può riassumersi in tre parole chiave: immagine, effusione, partecipazione. Secondo questo autore, ogni cosa giunge a noi grazie all’illuminazione proveniente dalla «luce principale» (Archiphôtos) che «discende con bontà e in diversi modi fino agli oggetti della sua provvidenza… per convertirci all’Uno e alla semplicità deificante dell’unico Padre». In questo movimento di discesa della luce e nel riflusso ascendente di esseri illuminati e gerarchizzati dal Verbo, splendore del Padre, l’universo ritorna al suo principio in una celebrazione grandiosa dove la creatura umana si trova anch’essa inserita: «Noi stessi — scrive Massimo il Confessore —, attraverso il cambiamento della nostra natura presente, dapprima generati come tutti gli animali della terra, divenuti figli, trasportati dalla giovinezza alle rughe dell’età matura, come un fiore che dura un istante, morente per passare a un’altra vita, veramente, noi meritiamo di essere chiamati al gioco di Dio»(Mistagogia). Ritroviamo la medesima idea anche in Clemente Alessandrino, per il quale il Verbo è essenzialmente colui che «ha ordinato tutto con misura, avendo sottomesso la dissonanza degli elementi alla disciplina dell’accordo per fare del mondo una sinfonia» (Protrettico) .
Ma questa sinfonia, compromessa dal peccato e dalla caduta dell’uomo, sarà nuovamente ristabilita e purificata dalla grande corrente d’azione redentrice del Figlio di Dio. Il Verbo incarnato non è solo Re delle nazioni; egli esercita una sovranità su tutto l’universo, e la creazione acquisisce una nuova dignità non solo dopo che la terra si è fatta sgabello dei suoi piedi — scabellum pedum tuorum — ma anche dopo che i rivoli di sangue, sgorgati dalle sue sacre membra, l’hanno lavata in un universale fiume d’amore. Un inno della Passione esprime tutto ciò in una celebre strofa: «Mite corpus perforatur, sanguis, unda profluit: Terra, pontus, astra, mundus quo lavantur flumine!» [«È squarciato il mite corpo, sangue ed acqua ne sgorgò: terra, mare, cielo e mondo quale fiume vi lavò»: Inno delle Lodi della Domenica delle Palme].

(Dom Gérard Calvet, La santa liturgia – Fonte: Romualdica )

martedì 10 novembre 2015

Il problema di Radio Spada. Chiosa alla "Lettera ai conservatori perplessi"

Radio Spada è una presenza nella rete e una casa editrice. Sotto entrambe le forme è divenuta negli ultimi anni un importante punto di riferimento per il cattolicesimo tradizionale. Le note che appaiono quotidianamente nel suo sito (vedi qui) sono per lo più caratterizzate da particolare scienza e intelligente approfondimento, talvolta dalla notevole capacità di anticipare temi e notizie. Anche le proposte editoriali (vedi qui) sono tutt’altro che banali, benché rivelino in alcuni titoli la radice politica dell’intera iniziativa. Evidentemente, però, non l’unica radice.

Chi conosce il gruppo degli autori e degli editori di Radio Spada, sa bene che questa intrapresa si regge, oltre che su consolidate amicizie cristiane, su una neutralizzazione teologica che permette la circolazione di testi, di analisi e di posizioni dottrinali sia in campo tradizionale cd. sediplenista sia in campo tradizionale sedeprivazionista (detto volgarmente, sommariamente e con tutta l’imprecisione del caso: sedevacantista). Come tutte le neutralizzazioni, anche questa neutralizzazione, mentre garantisce l'unità interna del gruppo, è destinata a produrre qualche necessaria, forse non sempre desiderata ma in molti casi ingiusta, discriminazione verso l’esterno. Non tutte le discriminazioni sono ingiuste, anzi la cattolicità stessa della Chiesa produce la discriminazione di pagani ed eretici, ma le neutralizzazioni sogliono generare discriminazioni ingiuste ed è forse questo il problema irrisolto di Radio Spada.

Il 25 ottobre è comparsa nel sito di RS una Lettera aperta ai conservatori perplessi (vedi qui il testo integrale) che nel merito è per lo più condivisibile. Essa invita giustamente i “conservatori” (una categoria in verità già reinterpretata a suo tempo sotto il concetto di "normalisti" da Alessandro Gnocchi e da Roberto de Mattei) a prendere atto dell’attuale sfacelo dottrinale e liturgico nella Chiesa cattolica. Si legge infatti nella Lettera:

Vi scriviamo, cari interlocutori, giunti ormai alla fine di questo Sinodo, mentre contempliamo il cumulo fumante di macerie della dottrina cattolica sul matrimonio. Di quell’imponente edificio, sul cui basamento per secoli si è edificata la civiltà cristiana, non rimane quasi nulla. Derubricato il divorzio, epocata l’indissolubilità, intronizzata sull’altare del diritto canonico la più sfrenata soggettività, dell’antica sacralità delle nozze cattoliche non rimangono che le ombre, affidate alla buona volontà dei singoli e relativizzate da una pastorale che ha neutralizzato la dottrina. Si badi: il tutto fatto esaltando simbolicamente la dottrina ma spingendola alle spalle nel fango di una falsa pastorale.

Come non condividere? E quindi:

Annibale non è alle porte, è dentro la cittadella di Dio, Annibale è intronizzato nella rocca. Quello che vi chiediamo quindi è un atto di Fede e quindi, naturalmente, di coraggio e al contempo un atto di ricognizione storica del passato all’insegna di una efficace e coerente “ermeneutica della discontinuità”. Il “cattolico conservatore” ha creduto di poter ridimensionare la portata rivoluzionaria ed eversiva del Concilio Vaticano II, si è cullato con le illusioni della “Nota Praevia”, ha pianto sul “Credo” di Paolo VI, ha giurato sull’ “Humanae vitae”, ha accettato l’imposizione universale del “Novus Ordo”, abbandonando spesso la Messa romana alla custodia di pochi e liberi. Quando è arrivato Giovanni Paolo II ha inneggiato al suo anticomunismo restauratore, accontentandosi che reggesse (almeno giornalisticamente) sulla morale, mentre la vergogna dell’ecumenismo e di un’ecclesiologia sgangherata e fracassona disseminavano di scandali il Corpo Mistico. Ancor più con Benedetto XVI il “cattolico conservatore” ha creduto di aver avuto partita vinta, mentre gli esili e modernistici sofismi del dotto bavarese, come in una falsa restaurazione, quasi invocavano nuove tappe del percorso rivoluzionario.

Si può certamente censurare il giudizio con cui è colpito Benedetto XVI e il suo pontificato – e i motivi di questa censura saranno qui subito palesati -, ma persino la condanna del “dotto bavarese” non sarebbe più che un’opinione in mezzo a considerazioni assai più fondate, se essa non assumesse un significato in rapporto ad alcune considerazioni che, nella Lettera, introducono e succedono ai passi appena citati:

Vi scriviamo dai nostri oscuri scantinati, dai nostri capannoni, mutati in decorosissime cappelle, da umide chiesuole private di provincia, vi scriviamo dai nostri barocchi sottoscala, onorati dalla celebrazione della Messa cattolica, dalla somministrazione dei Sacramenti e dall’insegnamento della retta dottrina. Vi scriviamo, ringraziando Dio, che ci ha concesso la grazia e la fortuna di scendere in questi piccoli spazi, nelle quali contiamo di rimanere ancora a lungo, e mossi da amichevole spirito di benevolenza, pur nella dolorosa separazione teologica che spesso ha contraddistinto i nostri rapporti. Potremmo volgerci al passato, rimproverando le vostre pie illusioni, le vostre cautele, le vostre studiate prudenze, anche, a volte, il calcolato vostro disprezzo verso di Noi ma non lo faremo: preferiamo riconoscere il vostro dolore sincero di oggi, l’incredulità rispetto all’attuale accelerazione della crisi nella Chiesa, la costernazione di fronte ai detti e ai fatti di Bergoglio e dei suoi accoliti.

Non ci vuole una particolare iniziazione ai contesti del Tradizionalismo italiano per riconoscere nei “capannoni mutati in decorosissime cappelle”, “umide chiesuole private di provincia” e nei “barocchi sottoscala” i luoghi che sono o sono stati le chiese del sedeprivazionista Istituto Boni Consilii e della FSSPX e che Radio Spada, velando le profonde differenze teologiche assimila in un’unica Vandea. Si deve ricorrere alla narrazione vandeana, alla memoria della petite église per convincersi che una neutralizzazione non è poi una cosa così grigia e liberale:

Questa scelta comporta una separazione, una dislocazione dei cattolici di oggi in piccoli gruppi che si sforzino e combattano un cattolico e vandeano "ritorno al bosco", nell'attesa di poter tornare alle Chiese oggi occupate dal culto dell'Uomo e delle sue passioni piuttosto che al Culto divino.

L'ipotesi è suggestiva e ricorda alcune belle pagine di padre Calmel o.p., ciò che però è lasciato fuori, abbandonato al campo infame dei “conservatori”, in compagnia e, più spesso, in balia degli Introvigne, dei fra’ Cavalcoli, dei Tornielli e degli Agnoli è il vasto ceto dei sacerdoti, dei religiosi (e dei loro fedeli) che in tutto l’Orbe celebrano la Messa antica fondando la propria posizione sul Motu proprio Summorum Pontificum. Non si tratta evidentemente soltanto di modernisti travestiti da sacerdoti cattolici o di più o meno incipriati cultori di “pizzi e merletti”, ma più di sovente di eroici difensori delle forme antiche e tradizionali del culto cattolico la cui persuasione non ha bisogno della rettorica neo-vandeana, perché è già il segno di una Vandea.

Il SP, oltre a una pluralità di transeunti norme copromissorie approvate per contenere (o favorire) l'iniquità delle Conferenze Episcopali nazionali, contiene una dichiarazione fondamentale: che la Messa antica non è stata mai abrogata. Anche se si tratta di una dichiarazione priva delle forme proprie dell’infallibilità, con essa un Pontefice si è pronunciato sulla Fede e ha stabilito ciò che indubbiamente era già contenuto della Tradizione. Di più: ha indirettamente dichiarato il dogma dell'infallibilità escludendone un'efficacia sovranista e volontaristica.
Quando un parroco nello spazio canonico della propria chiesa parrocchiale decide di celebrare con il vetus Ordo, lo fa in base a quella stessa dichiarazione che si approssima all’infallibilità; egli si pone così sulla linea ininterrotta della Tradizione apostolica e accetta spesso la dolorosa prospettiva di atti persecutori perpetrati da un episcopato infedele ed eterodosso. Inoltre, a ben vedere, ogni Messa celebrata ogni giorno nella FSSPX non conosce altri presupposti. Monsignor Marcel Lefebvre parlava di “Messe de toujours”, di una Messa che “non può essere abrogata”.

Tutto ciò naturalmente è inaccettabile per coloro - e tra questi una parte degli editori/autori di Radio Spada - che non soltanto hanno condannato questo o quell’atto di Benedetto XVI, ma hanno negato coerentemente con i propri presupposti teologici la giurisdizione e l’autorità magisteriale del “dotto bavarese”. Il SP è ultimamente l’atto di un “occupante” i cui “esili e modernistici sofismi, come in una falsa restaurazione, quasi invocavano nuove tappe del percorso rivoluzionario”. Per gli autori sedeprivazionisti e sedevacantisti può essere quasi una vittoria coinvolgere alcuni fedeli (e sacerdoti?) della FSSPX nella nuova Vandea, purché accettino fino in fondo la logica disperata della petite église, e invece una sconfitta accogliere i cosiddetti “sacerdoti motu proprio” e il loro popolo. Questo è, in fondo, il problema di Radio Spada.  A.S.

giovedì 5 novembre 2015

Tradizione, visibilità e crisi della Chiesa. L'ultimo editoriale di "Radicati nella Fede"

Riportiamo qui di seguito l'editoriale di Novembre (2015) di Radicati nella Fede (vedi qui). L'autore ricorda quanto amare la Chiesa visibile sia fondamentale per conservare la fede cattolica e difendere la Tradizione in un momento di profonda crisi per la Chiesa. Senza la fede sovrannaturale nella Chiesa e l'amore per essa si affermano contemporaneamente i pericoli del volontarismo ultramontanista e del sedevacantismo che, a ben vedere, costituiscono le due facce della medesima medaglia (vedi qui). Si potrebbe, alla fine, obiettare che la visibilità della Chiesa viene meno proprio nel momento in cui chi dovrebbe vicariare l'opera del suo divino Fondatore e Reggitore è impegnato in atti e dichiarazioni che contraddicono l'essenza stessa della Chiesa. In realtà, a patto che i dogmi del primato e dell'infallibilità siano letti negli stretti limiti delle loro definizioni, ci si rende conto che la visibilità della Chiesa continua a essere data in ogni luogo in cui, per dirla con un'estrema semplificazione, "si rispettano le antiche rubriche". In questo senso la Chiesa è, nonostante la terribile crisi che l'attraversa, visibile in tutto l'Orbe.


Quanto più la crisi della Chiesa si fa terribile, vasta e profonda, tanto più occorre amare la Chiesa stessa.
Quanto più aumentano gli scandali nella casa di Dio, tanto più bisogna amare la Chiesa.

E questo amore deve essere molto concreto e operativo.

Il dovere della reazione non va mai disgiunto da un amore profondo per la Sposa di Cristo, la Santa Madre Chiesa; e su questo nessuno può scherzare.

D’altronde tu reagisci, domandi il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, riferendoti e utilizzando ciò che tu hai ricevuto dalla Chiesa stessa, la Tradizione appunto. Essere Cattolici tradizionali vuol dire fare proprio questo.

La Tradizione è della Chiesa, non è tua.
Non potresti appellarti alla Tradizione se tu non l’avessi prima ricevuta. Ma da chi l’hai ricevuta, se non dalla Chiesa stessa?

Come non si può seguire Cristo senza la Chiesa, la crisi Protestante insegna, così non si può essere Tradizionali senza la Chiesa.

I Protestanti pretesero di ricongiungersi a Cristo, saltando la Chiesa cattolica e la sua storia, e persero Cristo nelle nebbie di un mitico passato.
I Tradizionali, se non continueranno ad avere un amore per la Chiesa, potente fino al sangue, resteranno con una Tradizione vuota, fatta di rabbia e recriminazioni più o meno amare; ma una Tradizione senza la Chiesa non ha Cristo dentro.

Si potrebbero applicare ai “tradizionalisti acidi”, non amanti la Chiesa, le parole di S. Paolo ai Corinti:

Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7).

Sì, perché se è vero che sbaglia chi chiede un’obbedienza alla Chiesa, domandando di andare contro le verità della fede e della morale, domandando di andare contro il Vangelo e il dogma, o di dimenticarli; sbaglia ugualmente chi si attacca al dogma e al Vangelo, utilizzandolo contro l’unica Chiesa di Cristo.

Rischiano questo secondo errore tutti quelli che, partiti per la difesa del cattolicesimo tradizionale, incominciano a disquisire se il Papa è o non è tale, su chi sia veramente il vescovo, o dove sussista veramente la Chiesa di Dio. Questi estendono la difesa della Tradizione a un campo che non compete loro, rischiando il pericolo gravissimo di porsi fuori della Chiesa.

Dice il père Calmel 

La Chiesa non è un'istituzione di questo mondo: discende dal Cielo, direttamente da Dio (…) La Chiesa è invincibile, anche se con figli soggetti alla sconfitta e spesso vinti e che tuttavia, finché rimangono nel suo seno, non saranno mai vinti irreparabilmente. Quando lo sono è perché si sono separati da lei (…) Essa resta la dispensatrice infallibile della salvezza, il Tempio santo di Dio. Coloro che l’abbandonano si perdono, ma essa non è mai perduta”. (R. T. Calmel, Breve apologia della Chiesa di sempre, pagg. 17 e 18).

Insomma, la Chiesa è una e solo una. Non c’è una chiesa tradizionale e una chiesa modernista, c’è una sola Chiesa cattolica, i cui figli rischieranno di perdersi se la abbandoneranno, anche se con la scusa di difenderla.

Basterebbe per capire questo, lo ripetiamo, il fatto che la Tradizione per cui lottiamo, l’abbiamo ricevuta dalla Chiesa, anzi è la Chiesa stessa.

E la Tradizione, Vangelo – dogma – sacramenti – disciplina, non l’hai ricevuta una volta per tutte, continui a riceverla dalla Chiesa che è il Corpo Mistico di Cristo. E’ chiaro quindi che, in ogni decisione e attitudine, devi salvare questa unità della Chiesa e con la Chiesa, senza mettere in dubbio la sua visibilità.
Chi è Papa o vescovo, questo compete direttamente a Dio solo, e non a te. A te che hai capito la crisi della Chiesa, compete solo lo stare fermo nella sua Tradizione, in ciò che la Chiesa ha detto e fatto, fuori da questi terribili momenti di apostasia. Dio si è rivelato, ti ha dato la ragione per riconoscere la Sua rivelazione e per custodirla; non ti chiede di far politica ecclesiastica.

Occorre evitare due estremi letali per la fede: l'“autoritarismo” o “obbedientismo” da un lato e il “sedevacantismo” dall’altro: entrambi portano a lungo andare all’ateismo, alla perdita della fede.
Il primo fa stare dentro la Chiesa con una falsa obbedienza che non salvaguarda il Vangelo e i sacramenti; il secondo fa cercare una falsa chiesa alternativa; entrambi questi errori partono da una visione troppo umana della Chiesa, mancano entrambi di visione soprannaturale.

Occorre essere autenticamente tradizionali: il tradizionale sta di fronte a Dio, custodendo con amore il tesoro della Chiesa; il sedevacantista, che si inventa un’altra chiesa o non sa più dove essa sia, sta di fronte a se stesso utilizzando le cose ricevute da Dio.

Sempre père Calmel parla, con accenti commossi, dei veri cristiani, dei cristiani secondo la Tradizione, che custodiscono la fede amando immensamente la Chiesa:



Questi cristiani, che custodiscono la Tradizione senza nulla concedere alla rivoluzione, desiderano ardentemente, per essere pienamente figli della Chiesa, che la loro fedeltà sia penetrata di umiltà e di fervore; non amano né il settarismo, né l’ostentazione. Al loro posto, che è modesto e a stento tollerato, cercano di custodire ciò che la Chiesa ha trasmesso loro, ben sicuri che essa non lo ha revocato, e si sforzano, nel custodirlo, di salvaguardare lo spirito di ciò che custodiscono” (R. T. Calmel, op. cit., pag. 101).

Preghiamo carissimi, perché in noi aumenti l’amore alla Chiesa una e visibile, quanto più diventano violente le ondate dell'apostasia.


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